Na internet é possível encontrar relato de histórias de vida daqueles que, deixando a Itália para trás, buscaram a sorte em outras terras, como o Brasil.. O site Storicamente nos propõe a história, por exemplo, de "Maria Teresa Carini nata il 27 agosto 1863 a Fontanellato (Parma), terzogenita di Anacleto Carini e Virginia Pasquale".
"Trascorse l’adolescenza immersa nell’atmosfera della decadente aristocrazia provinciale dei signori Sanvitale di cui il padre amministrava i beni, e sottoposta alle severe cure della nonna, che la allenò alla remissività facendole passare giornate intere «a sgranare il rosario, lavorare a maglia per i poveri, ricamare e dipingere, […] a temere Dio e il Re, che in casa erano rappresentati dal padre prima e dal marito poi. E infatti la riverenza cui era stata educata fece si che dopo la morte del padre, avvenuta il 31 dicembre 1889, i fratelli e i conti Sanvitale decidessero senza incontrare ostacoli di sposarla al clarinettista Guido Rocchi, che si sapeva provare per la giovane un sincero affetto.
A ventisei anni Maria Teresa passò così, senza soluzione di continuità, dalla tutela paterna a quella maritale e dal remissivo ruolo di figlia a quello di moglie-ancella al seguito del marito musicista.
Il 29 giugno 1890, in pieno giorno di São Pedro, i Rocchi sbarcano a Rio de Janeiro insieme alla compagnia di Arnaldo Conti, per un breve tour concertistico, ma quella che doveva essere una tappa di lavoro divenne la residenza definitiva della coppia. Considerata la situazione economica italiana e le opportunità locali, decisero infatti di rimanere per qualche tempo, che poi divenne tutta la vita. Entrambi non rividero più l’Italia. Dopo alcuni spostamenti all’interno dello stato di San Paolo (Santos, Iguape), intorno al 1895 decisero di stabilirsi nella capitale.[57] L’agio economico e il fermento socio-politico dell’ambiente della migrazione italiana paolista permisero alla Carini di approfondire la sua passione per la letteratura e la questione sociale, e così di riconoscere in quello che sino ad allora aveva vissuto solo come spinta interiore e una sorta di “slancio altruistico”, un valore condiviso e un riconoscimento pubblico.
Rocchi non capiva le passioni della moglie – che considerava affettate “velleità” libertarie – e tantomeno sopportava il suo stile di vita, sempre circondata com’era da rivoluzionari, musicisti e letterati. Il matrimonio di interesse cedette così ai primi vagiti di indipendenza della moglie che, decisa a proseguire nelle certezze appena acquisite e nonostante il profondo affetto che provava per Rocchi, nel 1910 lasciò il marito mai amato".
"
Um blog para difundir e aprofundar temas da presença italiana no Brasil, bem como valorizar o Made in Italy. Um espaço para troca de informações e conhecimento, compartilhando raízes comuns da italianidade que carregamos no sangue e na alma. A italianidade engloba a questão das nossas raízes italianas e também reserva um olhar para a linha do tempo, nela buscando e resgatando uma galeria de personagens famosos ou anônimos que, de alguma forma, inseriram seus nomes na História do Brasil.
sexta-feira, 21 de maio de 2010
quinta-feira, 20 de maio de 2010
História (200) - Imigração Italiana após a Segunda Guerra (4)
"O site da Regione Friuli Venezia Giulia descreve, brevemente, o panorama do êxodo de friulanos entre 1946 e 1970
“Secondo gli annuari statistici, nel periodo 1946-1970 risultano espatriate complessivamente dal Friuli Venezia Giulia 363.854 persone, con una media di 14.554 all'anno.
L'andamento degli espatri è, come per il passato, molto irregolare, e si può riassumere in una serie di ondate di dimensioni decrescenti (TABELLA 1). Essa corrisponde a quello nazionale e coincide, con un paio d'anni di ritardo, con quello del tasso di disoccupazione. Nello stesso periodo i rimpatri risultano complessivamente 211.524, con una media annuale di 8.461 unità. Il loro andamento è anch'esso ad ondate, meno accentuate e, al contrario, crescenti. Il saldo migratorio del periodo è fortemente negativo: la perdita netta è di 152.330 persone, 6.093 all'anno.
Le rilevazioni dell'ISTAT forniscono alcune indicazioni sulla natura del fenomeno migratorio: il flusso in uscita risulta composto in grande prevalenza dalla fasce di età centrali (15-64 anni) e, tra queste, da quelle giovanili (15-30 anni), che manifestano il più accentuato saldo negativo. Nelle province friulane risulta elevato anche l'indice di espatrio femminile.
Nelle condizioni professionali, cominciano a prevalere le attività industriali e qualificate su quelle tradizionali. Nei primi anni Sessanta il 60% degli emigrati risultano muratori e manovali edili, in quelli successivi crescono le posizioni specializzate in campo industriale, mentre vanno rapidamente scomparendo i mestieri tradizionali (fornaciai, terrazzieri, mosaicisti, pittori, ecc.).
Le destinazioni dei flussi migratori del secondo dopoguerra sono in larga maggioranza (88%) europee. La destinazione più frequente è la Svizzera (47%), seguita dalla Francia (meta tradizionale dell'emigrazione regionale, che si differenzia in questo caso da quella nazionale), dalla Germania, daI Lussemburgo e dal Belgio. Tra i Paesi transoceanici prevalgono l'Australia (con una partecipazione più elevata delle province giuliane) ed il Canada, seguiti dagli Stati Uniti, dal Venezuela, dall'Argentina e dal Brasile. Le province giuliane differiscono inoltre nella scelta delle destinazioni da quelle friulane, dirigendosi in prevalenza verso Svizzera, Germania ed Inghilterra. L'area giuliana del resto presenta a partire dal 1958 un saldo migratorio positivo, divergendo in questo nettamente dalla province di Udine e di Pordenone”.
L'andamento degli espatri è, come per il passato, molto irregolare, e si può riassumere in una serie di ondate di dimensioni decrescenti (TABELLA 1). Essa corrisponde a quello nazionale e coincide, con un paio d'anni di ritardo, con quello del tasso di disoccupazione. Nello stesso periodo i rimpatri risultano complessivamente 211.524, con una media annuale di 8.461 unità. Il loro andamento è anch'esso ad ondate, meno accentuate e, al contrario, crescenti. Il saldo migratorio del periodo è fortemente negativo: la perdita netta è di 152.330 persone, 6.093 all'anno.
Le rilevazioni dell'ISTAT forniscono alcune indicazioni sulla natura del fenomeno migratorio: il flusso in uscita risulta composto in grande prevalenza dalla fasce di età centrali (15-64 anni) e, tra queste, da quelle giovanili (15-30 anni), che manifestano il più accentuato saldo negativo. Nelle province friulane risulta elevato anche l'indice di espatrio femminile.
Nelle condizioni professionali, cominciano a prevalere le attività industriali e qualificate su quelle tradizionali. Nei primi anni Sessanta il 60% degli emigrati risultano muratori e manovali edili, in quelli successivi crescono le posizioni specializzate in campo industriale, mentre vanno rapidamente scomparendo i mestieri tradizionali (fornaciai, terrazzieri, mosaicisti, pittori, ecc.).
Le destinazioni dei flussi migratori del secondo dopoguerra sono in larga maggioranza (88%) europee. La destinazione più frequente è la Svizzera (47%), seguita dalla Francia (meta tradizionale dell'emigrazione regionale, che si differenzia in questo caso da quella nazionale), dalla Germania, daI Lussemburgo e dal Belgio. Tra i Paesi transoceanici prevalgono l'Australia (con una partecipazione più elevata delle province giuliane) ed il Canada, seguiti dagli Stati Uniti, dal Venezuela, dall'Argentina e dal Brasile. Le province giuliane differiscono inoltre nella scelta delle destinazioni da quelle friulane, dirigendosi in prevalenza verso Svizzera, Germania ed Inghilterra. L'area giuliana del resto presenta a partire dal 1958 un saldo migratorio positivo, divergendo in questo nettamente dalla province di Udine e di Pordenone”.
História (199) - Imigração Italiana após a Segunda Guerra (3)
Em fins do século 19 e início do século 20, as levas de italianos vieram em famílias numerosas, com uma média impressionante de dez filhos por casal. Já entre os imigrantes do segundo pós-guerra, havia poucas famílias, com no máximo quatro filhos. Homens e mulheres solteiros formavam o grosso do contingente e a faixa etária ia de 18 a 50 anos, dentro do perfil selecionado pelo governo brasileiro interessado em mão-de-obra qualificada.
Ao governo italiano, incapaz de absorver tanta força de trabalho, também convinha a emigração de pessoas que buscassem no exterior divisas para aumentar a poupança interna, contribuindo para a reconstrução do país. Depois de Estados Unidos e Canadá, ao norte, os países mais procurados pelos italianos foram, pela ordem: Venezuela, cujo petróleo permitia boas condições de progresso; Argentina, que acolheu não só trabalhadores mas a maioria das lideranças do fascismo; e Brasil, apesar da restrição aos comunistas, cuja entrada era controlada inclusive por padres católicos, aos quais cabia conceder atestados de boa conduta. Entre 1946 e 1960, 110.932 italianos rumaram para o Brasil, 231.543 para a Venezuela, 484.068 para a Argentina e 504.449 para Estados Unidos e Canadá.
Para dar uma dimensão desta força de trabalho, a professora Luciana Facchinetti cita dados de Constantino Ianni em seu livro Homens sem Paz: em 1962, por exemplo, as remessas recebidas na Itália de seus emigrados de todo o mundo, e registradas no balanço de pagamentos internacionais do país, somaram cerca de 550 milhões de dólares; antes, em 1961, a soma alcançou 450 milhões de dólares. Daí, a revolta dos imigrantes diante do preconceito que sofrem ao retornar à terra natal, ou das tentativas do governo italiano em suspender a pensão de quem continua fora. "É uma briga ferrenha. Eles enviaram muito dinheiro para a reconstrução da Itália e esperam uma retribuição, agora que o país vive uma situação saudável", afirma a pesquisadora A historiadora Luciana Facchinetti, da Unicamp.(Fonte: Unicamp)
Ao governo italiano, incapaz de absorver tanta força de trabalho, também convinha a emigração de pessoas que buscassem no exterior divisas para aumentar a poupança interna, contribuindo para a reconstrução do país. Depois de Estados Unidos e Canadá, ao norte, os países mais procurados pelos italianos foram, pela ordem: Venezuela, cujo petróleo permitia boas condições de progresso; Argentina, que acolheu não só trabalhadores mas a maioria das lideranças do fascismo; e Brasil, apesar da restrição aos comunistas, cuja entrada era controlada inclusive por padres católicos, aos quais cabia conceder atestados de boa conduta. Entre 1946 e 1960, 110.932 italianos rumaram para o Brasil, 231.543 para a Venezuela, 484.068 para a Argentina e 504.449 para Estados Unidos e Canadá.
Para dar uma dimensão desta força de trabalho, a professora Luciana Facchinetti cita dados de Constantino Ianni em seu livro Homens sem Paz: em 1962, por exemplo, as remessas recebidas na Itália de seus emigrados de todo o mundo, e registradas no balanço de pagamentos internacionais do país, somaram cerca de 550 milhões de dólares; antes, em 1961, a soma alcançou 450 milhões de dólares. Daí, a revolta dos imigrantes diante do preconceito que sofrem ao retornar à terra natal, ou das tentativas do governo italiano em suspender a pensão de quem continua fora. "É uma briga ferrenha. Eles enviaram muito dinheiro para a reconstrução da Itália e esperam uma retribuição, agora que o país vive uma situação saudável", afirma a pesquisadora A historiadora Luciana Facchinetti, da Unicamp.(Fonte: Unicamp)
quarta-feira, 19 de maio de 2010
História (198) - Imigração Italiana após a Segunda Guerra (2)
A historiadora Luciana Facchinetti (Unicamp) lembra que uma das bases do fascismo é o nacionalismo, sentimento difícil de impor a uma Itália dividida em muitas regiões, cada qual com seu dialeto. "Mussolini via na alfabetização o meio de unificar o país, moldar uma consciência de cidadão e transmitir sua ideologia, criando uma geração de fascistas em todo o território. Obrigava a família a colocar os filhos da escola, no mínimo até o quarto ano primário", conta.
Educação, mas até determinado nível, pois o ditador reduziu incentivos ao ensino médio, fechou escolas técnicas e elitizou a formação superior. Não queria seres pensantes. Então, como o imigrante conseguiu sua qualificação, perguntava a historiadora aos entrevistados, obtendo como resposta o corporativismo de ofício que prevalece na Itália desde tempos feudais. "As crianças saíam da escola e iam aprender uma profissão com um parente ferramenteiro, um vizinho alfaiate. Mesmo aqueles do sul, que representam 60% da minha amostragem, tinham pais agricultores mas aprenderam a fazer pão, por exemplo".
Assim, vieram para o Brasil ferramenteiros, pedreiros, carpinteiros, mecânicos, marceneiros, padeiros, motoristas, barbeiros. Não possuíam certificados, mas conheciam o ofício. Também vieram diplomados como engenheiros, técnicos altamente especializados e professores. "Um professor com importantes publicações na área da aeronáutica, que por colaborar com o regime fascista ficou sem espaço na Universidade de Roma, foi autorizado pelo governo a trabalhar na Embraer. Vale salientar que engenheiros e especialistas italianos tiveram uma participação importante na construção do primeiro avião brasileiro, o Bandeirante”
Educação, mas até determinado nível, pois o ditador reduziu incentivos ao ensino médio, fechou escolas técnicas e elitizou a formação superior. Não queria seres pensantes. Então, como o imigrante conseguiu sua qualificação, perguntava a historiadora aos entrevistados, obtendo como resposta o corporativismo de ofício que prevalece na Itália desde tempos feudais. "As crianças saíam da escola e iam aprender uma profissão com um parente ferramenteiro, um vizinho alfaiate. Mesmo aqueles do sul, que representam 60% da minha amostragem, tinham pais agricultores mas aprenderam a fazer pão, por exemplo".
Assim, vieram para o Brasil ferramenteiros, pedreiros, carpinteiros, mecânicos, marceneiros, padeiros, motoristas, barbeiros. Não possuíam certificados, mas conheciam o ofício. Também vieram diplomados como engenheiros, técnicos altamente especializados e professores. "Um professor com importantes publicações na área da aeronáutica, que por colaborar com o regime fascista ficou sem espaço na Universidade de Roma, foi autorizado pelo governo a trabalhar na Embraer. Vale salientar que engenheiros e especialistas italianos tiveram uma participação importante na construção do primeiro avião brasileiro, o Bandeirante”
Historia (197 ) - Imigração Italiana após a Segunda Guerra (1)
"Se fosse pertinente e adequado escolher o que simbolizasse a destruída Itália do segundo pós-guerra, seriam as oliveiras que demoram tantos anos para crescer e produzir, derrubadas pelos alemães. Eles resolveram vingar a derrota solapando da população civil, já sem nada para comer, o derradeiro ganha-pão. Oliveiras e campos inférteis ao sul, indústrias quebradas nas cidades ao norte: privadas de 70% da produção, as empresas mal podiam absorver a massa desempregada, tampouco os soldados regressos do front de outras batalhas.
A historiadora Luciana Facchinetti é filha de Giovanna e Giuseppe, testemunhas daquele purgatório e que buscaram no Brasil não o paraíso, mas um lugar onde pudessem simplesmente trabalhar e recomeçar a vida. O depoimento do casal está guardado no Memorial do Imigrante, em São Paulo.
Instigada pela vida dos pais e por um trabalho no próprio Memorial, em que ajudou a digitalizar os Livros de Entrada de Imigrantes de 1882 a 1907, a professora recorreu a outro acervo da instituição, 24 mil fichas produzidas pelo CIME (Comitê Intergovernamental para as Migrações Européias), para reconstituir a história de alguns personagens e avaliar a influência desses imigrantes no desenvolvimento da indústria brasileira. Ela defendeu a dissertação de mestrado junto ao Instituto de Filosofia e Ciências Humanas (IFCH) da Unicamp, em fevereiro. "Eles cruzaram o Atlântico essencialmente por causa do país destruído, mas também pelo desmoronamento de um sonho. Criados no fascismo, sob a promessa de Benito Mussolini de um país unido, grande e forte, foram pagos com moeda falsa. Perderam a infância e parte da adolescência, passaram por muita fome", conta Luciana. Ela recorda que, além do conflito mundial, a população amargurou uma guerra civil de 20 meses entre os que insistiam em salvar o Duce e os partigiani (ligados à resistência). "Nos depoimentos é comum a lembrança de que eles tinham quatro inimigos: os fascistas e os alemães de dia, os partigiani e o bombardeio americano à noite.
Não sabiam para que lado olhar, levavam tiros por todos os lados". O Memorial do Imigrante registra a entrada de sete italianos em 1870. Até 1913, o total exato é de 1.291.280, um mar de gente que motivou incontáveis estudos sobre sua contribuição à agricultura, comércio e indústria, principalmente no Estado de São Paulo, e sobretudo para nossa formação cultural. Nas décadas seqüentes o fluxo diminui acentuadamente e é quase nulo nos anos da guerra, havendo então a retomada de certa intensidade por volta de 1950. "Queria entender como esses imigrantes do pós-guerra, apesar de terem vindo em menor quantidade, influíram na economia brasileira", explica a historiadora.
O interesse se justifica, pois havia uma diferença importante em relação aos patrícios da virada do século: a especialização. "Se os que chegaram antes eram analfabetos em 90%, os que vieram depois eram alfabetizados e quase todos sustentando alguma qualificação", acrescenta. A qualificação era um critério importante para aprovação do governo brasileiro, que incentivava a indústria e não se interessava em receber novas levas de mão-de-obra barata".(Fonte: Unicamp)
A historiadora Luciana Facchinetti é filha de Giovanna e Giuseppe, testemunhas daquele purgatório e que buscaram no Brasil não o paraíso, mas um lugar onde pudessem simplesmente trabalhar e recomeçar a vida. O depoimento do casal está guardado no Memorial do Imigrante, em São Paulo.
Instigada pela vida dos pais e por um trabalho no próprio Memorial, em que ajudou a digitalizar os Livros de Entrada de Imigrantes de 1882 a 1907, a professora recorreu a outro acervo da instituição, 24 mil fichas produzidas pelo CIME (Comitê Intergovernamental para as Migrações Européias), para reconstituir a história de alguns personagens e avaliar a influência desses imigrantes no desenvolvimento da indústria brasileira. Ela defendeu a dissertação de mestrado junto ao Instituto de Filosofia e Ciências Humanas (IFCH) da Unicamp, em fevereiro. "Eles cruzaram o Atlântico essencialmente por causa do país destruído, mas também pelo desmoronamento de um sonho. Criados no fascismo, sob a promessa de Benito Mussolini de um país unido, grande e forte, foram pagos com moeda falsa. Perderam a infância e parte da adolescência, passaram por muita fome", conta Luciana. Ela recorda que, além do conflito mundial, a população amargurou uma guerra civil de 20 meses entre os que insistiam em salvar o Duce e os partigiani (ligados à resistência). "Nos depoimentos é comum a lembrança de que eles tinham quatro inimigos: os fascistas e os alemães de dia, os partigiani e o bombardeio americano à noite.
Não sabiam para que lado olhar, levavam tiros por todos os lados". O Memorial do Imigrante registra a entrada de sete italianos em 1870. Até 1913, o total exato é de 1.291.280, um mar de gente que motivou incontáveis estudos sobre sua contribuição à agricultura, comércio e indústria, principalmente no Estado de São Paulo, e sobretudo para nossa formação cultural. Nas décadas seqüentes o fluxo diminui acentuadamente e é quase nulo nos anos da guerra, havendo então a retomada de certa intensidade por volta de 1950. "Queria entender como esses imigrantes do pós-guerra, apesar de terem vindo em menor quantidade, influíram na economia brasileira", explica a historiadora.
O interesse se justifica, pois havia uma diferença importante em relação aos patrícios da virada do século: a especialização. "Se os que chegaram antes eram analfabetos em 90%, os que vieram depois eram alfabetizados e quase todos sustentando alguma qualificação", acrescenta. A qualificação era um critério importante para aprovação do governo brasileiro, que incentivava a indústria e não se interessava em receber novas levas de mão-de-obra barata".(Fonte: Unicamp)
terça-feira, 18 de maio de 2010
História (196 ): Imigrantes piemonteses em números (2)
No site da Regione Piemonte mostra também números das imigração no período 1901-1913.
"Secondo periodo: dal 1901 al 1913 “Negli anni dal 1901 al 1914, l'emigrazione piemontese dimostra un andamento irregolare, con una tendenza all'aumento. I valori più bassi si incontrano all'inizio del periodo, quando questi stanno poco al di sopra delle 40.000 unità. Due sono i momenti di particolare rilievo: il 1906 con 72.190 emigranti ed il 1913 con 78.663.
Francia 230.291
Svizzera 155.456
Germania 26.682
Austria 6.178
Altri Paesi 24.595
Totale 443.202
Stati Uniti 122.278
Argentina 151.030
Brasile 17.128
Altri Paesi 18.893
Totale 309.329
Nel complesso 752.531 ”
"Secondo periodo: dal 1901 al 1913 “Negli anni dal 1901 al 1914, l'emigrazione piemontese dimostra un andamento irregolare, con una tendenza all'aumento. I valori più bassi si incontrano all'inizio del periodo, quando questi stanno poco al di sopra delle 40.000 unità. Due sono i momenti di particolare rilievo: il 1906 con 72.190 emigranti ed il 1913 con 78.663.
Francia 230.291
Svizzera 155.456
Germania 26.682
Austria 6.178
Altri Paesi 24.595
Totale 443.202
Stati Uniti 122.278
Argentina 151.030
Brasile 17.128
Altri Paesi 18.893
Totale 309.329
Nel complesso 752.531 ”
História (195 ): Imigrantes piemonteses em números (1)
Sem fazer referência particular ao Brasil, o site da Regione Piemonte, contabiliza o número de piemonteses que país no período 1876-1900.
“In questi anni l'emigrazione piemontese è soggetta a movimenti oscillatori e si manifesta con maggiore intensità nei periodi 1881-1882, 1888-1890, 1892-1894. Nei riguardi dei paesi di destinazione, la Francia occupa il primo posto, da sola supera nel periodo il 55% realizzando una media di circa 15.800 unità; è ragguardevole anche il 23% della parte relativa all'Argentina.
Gli emigranti hanno avuto sempre come direzione principale le regioni del Plata, spingendosi però anche verso Cordoba, Salta e Mendoza. I piemontesi emigranti nelle province argentine si sono dedicati a tutte le professioni: prevalgono gli agricoltori, seguono per importanza numerica i braccianti, gli artigiani e, in più piccola parte, alcuni professionisti, insegnanti, marinai, pescatori, artisti e commercianti. I piemontesi emigranti nelle province argentine si sono dedicati a tutte le professioni: prevalgono gli agricoltori, seguono per importanza numerica i braccianti, gli artigiani e, in più piccola parte, alcuni professionisti, insegnanti, marinai, pescatori, artisti e commercianti”.
Emigrazione piemontese periodo 1876-1900
Francia 393.454
Svizzera 65.703
Germania 7.861
Austria 1.618
Altri Paesi 16.801
Totale 482.437
Stati Uniti 18.785
Argentina 165.128
Brasile 22.253
Altri Paesi 20.473
Totale 226.639
Nel complesso 709.076
“In questi anni l'emigrazione piemontese è soggetta a movimenti oscillatori e si manifesta con maggiore intensità nei periodi 1881-1882, 1888-1890, 1892-1894. Nei riguardi dei paesi di destinazione, la Francia occupa il primo posto, da sola supera nel periodo il 55% realizzando una media di circa 15.800 unità; è ragguardevole anche il 23% della parte relativa all'Argentina.
Gli emigranti hanno avuto sempre come direzione principale le regioni del Plata, spingendosi però anche verso Cordoba, Salta e Mendoza. I piemontesi emigranti nelle province argentine si sono dedicati a tutte le professioni: prevalgono gli agricoltori, seguono per importanza numerica i braccianti, gli artigiani e, in più piccola parte, alcuni professionisti, insegnanti, marinai, pescatori, artisti e commercianti. I piemontesi emigranti nelle province argentine si sono dedicati a tutte le professioni: prevalgono gli agricoltori, seguono per importanza numerica i braccianti, gli artigiani e, in più piccola parte, alcuni professionisti, insegnanti, marinai, pescatori, artisti e commercianti”.
Emigrazione piemontese periodo 1876-1900
Francia 393.454
Svizzera 65.703
Germania 7.861
Austria 1.618
Altri Paesi 16.801
Totale 482.437
Stati Uniti 18.785
Argentina 165.128
Brasile 22.253
Altri Paesi 20.473
Totale 226.639
Nel complesso 709.076
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