quarta-feira, 26 de dezembro de 2012

Gastronomia: legado na serra



Foto. http://www.groupon.com.br/ofertas/vale-do-sinos/cantina-candido-valduga/526567

Nem sempre se dá importância à cozinha como força de contribuição no processo de integração entre etnias e, no caso da cozinha do imigrante, na transformação do cardápio dos gaúchos. A mentalidade mais difundida da nobreza europeia era de que há uma separação, quase intransponível, entre a cozinha e a sala. A cozinha é o lugar dos servos, a sala é o espaço nobre.
O imigrante, num primeiro momento, fundiu a cozinha e a sala num só ambiente. O fogão era o centro, especialmente, nos tempos frios, recuperando seu significado original de lareira, o lar. Entretanto seu cardápio, comandado pela polenta, sentia-se sem coragem de sair dos limites da mesa doméstica. Ter um cardápio que oferece a polenta como prato principal não garantia nenhum prestígio para o imigrante, aliás, era um motivo de chacota. Não era novidade ouvir expressões como, gringo polenteiro, ou alemão batata, para os alemães. Mas o futuro iria mudar

em breve. A história já mostrara que comidas populares, aproveitando as sobras das mesas do patrão, acabaram por tornar-se pratos característicos de uma cultura. Assim foi com a feijoada, a parrijada ou o churrasco,
Portanto, num segundo momento, a arte culinária do imigrante passa a se expandir e entrar em cardápios de restaurantes e churrascarias, antes, porém chegou com a invenção do galeto de “primo canto” dando origem às galeterias, as herdeiras das tradicionais passarinhadas, e arrastando consigo a indispensável polenta, embora não aquela cortada com o fio, mas recebendo o tratamento da fritura ou em fatias com cobertura de queijo.
Na realidade, não se pode esconder que a cozinha do imigrante italiano, na penúria da Itália, era muito limitada. Os recursos disponíveis consistiam de verduras, tubérculos e derivados de cereais, milho e trigo. Uma grave ausência de proteínas animais. Esta situação fez com que a alimentação, já nos primeiros tempos, melhorasse com a elaboração de produtos lácteos, especialmente, queijo, e a produção de variados embutidos de origem suína. Nos dois casos, as técnicas, ainda que rudimentares, foram passadas, como era costume, de pai para filho. Da medida que o acesso fácil aos ingredientes, os tradicionais pratos, com base nas massas, e as sopas tornaram-se frequentes na mesa de todos e, mais do isto, levaram à abertura de restaurantes específicos.
Desta maneira o cardápio dos imigrantes melhorou substancialmente, passando a oferecer seus produtos, alguns originais, exemplo o “codeguim”, os “agnolini”, os “torteli” entre outros, para a mesa de toda população gaúcha.
Falta ainda falar da adesão total ao churrasco. Uma presença indispensável em qualquer festa. Entretanto é preciso observar que não foi uma adoção pura e simples, porque passou pelas mãos transformadoras do imigrante. Houve uma aproximação entre a churrasqueira e a cozinha. O churrasco e a farinha de mandioca receberam a companhia de sopas, das indispensáveis verduras e saladas, das massas e da irreverente polenta. Tal adoção transformada pode ser apontada como o símbolo da fusão da culinária ítalo-gaúcha. 

segunda-feira, 24 de dezembro de 2012

Attualità- Novo êxodo?


2012, FUGA DALL’ITALIA. La Nuova Emigrazione in ripartenza: urgente avviare un confronto per cogliere la sfida del nuovo êxodo

di Rodolfo Ricci

I  – Nel silenzio complice della maggioranza dei media italiani, sta ripartendo, anzi è già ripartito, un grande flusso di emigrazione dall’Italia. Per la verità esso non si era mai fermato, anche se poteva essere interpretato, fino al 2008, come normale mobilità soprattutto giovanile, che si registrava anche in altri paesi avanzati. Dal 2010 ad oggi, il flusso di espatri è ricominciato con quantità molto significative, di cui è possibile conoscere solo per approssimazione l’entità, visto che la gran parte dei nuovi emigrati, non si iscrive o lo fa con ritardo di diversi anni, all’AIRE, l’Anagrafe dei residenti all’estero.

Ma alcuni dati ed alcune proiezioni lasciano intravvedere che stiamo entrando a grande velocità in una nuova fase della lunga storia dell’ emigrazione italiana nel mondo, incentivata dalle politiche di “riaggiustamento strutturale” estremamente recessive portate avanti dagli ultimi governi e intensificatesi con il Governo Monti.
Era stato lo stesso Monti, d’altra parte, a sottolineare la necessità di una “nuova mobilità internazionale” della forza lavoro italiana, fin dal suo discorso d’insediamento. Un moderno “studiate una lingua e partite” a distanza di 60 anni dal famoso discorso di De Gasperi.
Non che Mario Monti sia un demone, ma nel suo limitato ricettario economico, sa bene che all’interno del quadro della recessione neoliberista che ci imporrà un duraturo declino, l’economia italiana non sarà in grado di utilizzare e di valorizzare le sue risorse, a partire da quelle umane. Meglio dunque che i giovani esuberi se ne vadano dal suolo patrio, anche per fa calare la potenziale tensione e i conflitti sociali che possono derivare da una disoccupazione giovanile che si attesta all’inizio del maggio 2012, al 36% e da una situazione generale che, stando alle esplicite ammissioni del Ministro Passera, vedono circa 10 milioni di connazionali senza lavoro o in situazioni di estrema marginalità, al di là delle statistiche ufficiali che indicano una disoccupazione complessiva del 10%.
Si tratta del ritorno della classica impostazione che ha caratterizzato una buona parte della storia nazionale: grandi esportatori di made in Italy, in particolare sotto forma di muscoli e cervelli…
D’altra parte, sul piano soggettivo, l’assenza di prospettive di futuro a lungo termine in cui sono compresse le realtà nazionali dei paesi sud europei, non lascia spazio ad altre ipotesi: ammesso che suicidi, precariato a vita, marginalità non costituiscano il migliore degli orizzonti, non resta altro da fare che tentare non la fortuna, ma una collocazione che consenta una vita dignitosa in qualche altro paese.
La cosa non riguarda solo noi, come è noto: Greci, Portoghesi, Spagnoli non sono da meno. L’intera costa nord del Mediterraneo, oltre all’Irlanda (oltre 40.00 emigrati tra il 2010 e il 2011), ha ripreparato le valigie in massa.
Soltanto verso l’Australia, sono pronti a partire almeno 40.000 greci. Nel 2010 vi sono arrivati anche 62.000 italiani. Molti con visto turistico, ma è questo il modo più facile, come dovunque, per provare a trovare un lavoro. Circa 55.000 portoghesi sono approdati in Brasile, ma non disdegnano altre nuove mete, come Angola o il Mozambico (decine di migliaia i portoghesi arrivati in questi paesi).
L’ISTAT ci dice che nel decennio 2000-2010, sono andati all’estero 316.000 giovani di età inferiore ai 40 anni. Ma solo nel 2009 oltre 80.000 persone sono espatriate secondo i dati dei Comuni: + 20% rispetto al 2008. Di questi si stima che la gran parte siano giovani, di cui il 70% laureati. (Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-20/numeri-costi-nuova-emigrazione-173135.shtml#continue)
Sempre Il Sole 24 Ore, stima alla fine del 2011, che siano stati almeno 60.000 i giovani italiani che se ne sono andati nell’ultimo anno, ma a nostro parere si tratta di una approssimazione in forte difetto, perché costruita sull’ipotesi che si iscrivano all’AIRE la metà di coloro che emigrano. Dalla nostra esperienza, quando va bene, si iscrivono all’Aire 1 su 4 persone e lo fanno comunque molto tempo dopo (talvolta anni) il loro insediamento all’estero. Dovremmo già stare dunque, nel 2011, sul livello di circa 200.000 persone che se ne sono andate in diverse direzioni: soprattutto nord Europa, grandi metropoli, come Parigi, Londra, Berlino, New York, San Francisco, ma anche medie città come Stoccarda, Colonia, Zurigo, per fare solo alcuni esempi. Poi vi è sono altre mete nuove rispetto agli ultimi anni come Brasile o Argentina, Canada, e paesi minori. Alla fine del 2012 saranno nettamente di più del 2011.
Al di là di qualche provvedimento fortemente demagogico in fase di attuazione sul rientro di qualche migliaio di “cervelli in fuga”, né il governo, né i partiti, né le forze sociali e sindacali stanno monitorando con la dovuta attenzione il fenomeno, relegato, dopo gli effetti non eclatanti della discussa introduzione della Circoscrizione Estero, su un versante di nuovo folclore o gossip nazionale, quando non emerge addirittura un sensibile fastidio ad occuparsi della vicenda degli oltre 4 milioni di italiani stabilmente all’estero, del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), dei Comites (Comitati degli italiani all’estero), dei quali recentissimamente, il Ministro Giarda ha praticamente prolungato sine die i sigilli amministrativi, (non vengono rinnovati da oltre 2 anni)  comunicando che non vi sono soldi sufficienti per adempiere a quanto previsto da Leggi nazionali emanate fin da 20 anni or sono dal Parlamento.
D’altra parte questa è solo l’ultima ciliegina su una torta che ha visto gli interventi per lingua e cultura all’estero, per assistenza agli indigenti, per l’informazione, per la formazione, raggiungere i livelli più basi degli ultimi 40 anni, con tagli lineari di oltre il 65%, cui si aggiunge la riduzione dei servizi e delle sedi consolari, e praticamente lo smantellamento di quanto costruito dagli stessi emigrati in decenni di impegno e lavoro volontario, con l’obiettivo di mantenere un legame, pur flebile con la madrepatria.
Al punto che nelle reti associative superstiti, l’orientamento che si fa strada è quello di volgere definitivamente lo sguardo alle realtà locali e di portare a conclusione i processi di integrazione a tutti i livelli, chiudendo le relazioni con un’Italia totalmente disinteressata a questo patrimonio di relazioni umane, culturali, sociali ed economiche. Orientamento, di per sé, non sbagliato, e per le ragioni esposte, possiamo dire, quasi obbligato.
II
Tuttavia, gli eventi degli ultimi mesi e quelli che abbiamo di fronte ripropongono all’attenzione (con tutti i suoi annessi e connessi) il fenomeno di una nuova massiccia emigrazione addirittura su scala europea, anche perché altri paesi extra EU si stanno rapidamente attrezzando per accoglierla e farla fruttare all’interno dei loro programmi di sviluppo:
nel mese di gennaio di quest’anno, Dilma Roussef, Presidente dell’emergente Brasile, ormai quinta potenza industriale mondiale, ha aperto all’immigrazione di 450.000 tecnici ed operai specializzati. L’Australia sta facendo altrettanto in diversi settori occupazionali. Da registrare che anche  Argentina e Uruguay (sempre all’inizio dell’anno, Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay ha lanciato la proposta di portare la popolazione uruguyana dagli attuali 3,4 milioni a 5 milioni nel prossimo decennio) stanno aprendo, iniziando intanto con il favorire il rientro della propria emigrazione, a nuovi flussi di immigrazione indispensabili al mantenimento degli alti tassi di crescita che si registrano da quasi 10 anni in tutto il cono sud dell’America Latina, dopo che le politiche neoliberiste sono state definitivamente licenziate e messe fuori dall’agenda politica.
Rispetto a così grandi novità, che denotano uno scenario dalle tendenze durature ancorché impensabile fino a ieri, sarebbe utile che a partire dall’associazionismo di emigrazione, passando per il mondo sindacale e dal complesso delle strutture di servizio (patronati, enti di formazione, ecc,) e di rappresentanza, ci si facesse carico di una rapida revisioni dei quadri di contesto in cui fino ad oggi si è ragionato.
La FIEI intende promuovere con forza, in accordo con la CGIL e le altre organizzazioni storicamente impegnate su questo versante, un nuovo confronto sul tema, perché le dinamiche illustrate, oltre che necessitare di una responsabile risposta sociale ed istituzionale in termini di servizio e di assistenza, sono in grado di fornire un contributo non indifferente alla comprensione e alle possibili soluzioni dei problemi nazionali e all’individuazione di prospettive, al momento poco edificanti, che tuttavia si aprono per i prossimi decenni.
Allo stesso tempo, si pongono tutta una serie di questioni che mettono in discussione e travalicano la tradizionale forma ed azione di rappresentanza del mondo dell’emigrazione, fondato attualmente su collettività insediate da tempo all’estero,  e che, alla luce di quanto sta accadendo, necessiterà di essere radicalmente aggiornata.
III
Sul piano dell’analisi del fenomeno, vale la pena comprendere cosa comporti, per il paese, questa nuova emorragia di giovani nel pieno dell’età lavorativa. Ciò tanto più in quanto, l’esercizio contabile di contenimento e di tagli alla spesa di questo Governo, costituisce, ancor più che per i precedenti, il nucleo stesso della sua azione politica. Vale dunque la pena evidenziare gli effetti macroeconomici della nuova emigrazione, facendo emergere valori, cifre, la cui entità è volontariamente celata.
Per comprendere qual è la perdita secca ed attuale di valore economico (oltre che umano e civile) causato da questo nuovo esodo, basta fare un piccolo calcolo, riprendendo l’approccio che Paolo Cinanni, molti decenni or sono usò per illustrare l’entità economica dell’emigrazione italiana del dopoguerra:
ipotizzando che per la crescita e l’educazione di un giovane da zero a 25 anni occorrono, tenendoci bassi, mediamente dai 150.000 Euro ai 200.000 Euro a carico delle famiglie, a cui dobbiamo sommare una quota pro-capite di spesa pubblica per educazione, sanità, servizi vari, ecc. (diciamo altri 200.000 Euro mediamente per chi frequenta un iter formativo completo fino alla Laurea), ogni persona con tali caratteristiche che se ne va dall’Italia costituisce  una perdita secca di 350.000-400.000 Euro di investimento realizzato, pubblico e privato. Moltiplicata per 100 persone fa dai 35 ai 40 milioni di Euro. Moltiplicato per 200 mila (che è la stima realistica del numero dei nuovi espatri dall’Italia che avremo nei prossimi anni), fa dai 70 ai 90 miliardi di capitalizzazione (patrimonio umano) che se ne vanno a produrre valore e sviluppo in altri luoghi, dove, lungimiranti, li accolgono a braccia aperte.
Se moltiplichiamo per i prossimi 10 anni la permanenza di questo flusso, arriviamo ad una cifra impressionante che corrisponde e anzi supera, un terzo del PIL annuale del paese (700/900 miliardi).
Ma il conto non finisce qui: dobbiamo infatti calcolare che nell’ipotesi di un trasferimento stabile all’estero, queste persone resteranno produttive per un’intera vita, diciamo per i fatidici 40 anni, anche se con l’allungamento dell’età pensionabile saranno di più. Se attribuiamo ad ogni persona, una valore lordo di produzione di circa 50.000 Euro all’anno (ipotizzando stipendi medi molto contenuti, pari a circa 3.500/4.000 euro lordi al mese che un laureato può facilmente percepire all’estero), ogni persona che se ne va, si porta con sé un pil pro-capite potenziale di 2 milioni di Euro nell’arco dell’intera vita lavorativa. Moltiplicato per 200.000 persone (che se ne andrebbero in un solo anno), si tratta di 400 miliardi. Nell’ipotesi che questo flusso duri 10 anni, con la stessa frequenza annuale, si tratta di 4.000 miliardi, una cifra superiore al doppio dell’intero PIL annuale del paese.
Un ottima manovra, senza dubbio !
IV
Questa trafila di conti serve a dire che la mancata positiva allocazione del fattore produttivo fondamentale, il lavoro umano, sia manuale che intellettuale, può significare la perdita di valori enormi che si sommano esponenzialmente negli anni e che possono produrre il drastico impoverimento di un territorio e di un paese.
La storia del meridione italiano ne costituisce uno degli esempi più impressionanti. La storia economica di grandi paesi di immigrazione del nord Europa o delle Americhe, ne costituisce, all’opposto, l’altro lato, quello favorevole, della medaglia.
I critici di questa impostazione di lettura contabile, nel passato hanno messo in dubbio che l’esodo di forza lavoro costituisse di per sé un elemento negativo rispetto allo sviluppo nazionale, arguendo che un paese con un tasso di sviluppo demografico troppo alto rispetto al potenziale industriale disponibile, doveva per forza di cose aprire al deflusso della manodopera in esubero. Inoltre, le famose rimesse avrebbero, al contrario, costituito una quota consistente degli IDE (Investimenti diretti dall’estero), che avrebbero consentito di agevolare lo sviluppo.
Questo ragionamento può anche essere in parte condiviso per sistemi-paese arretrati e in cui si registri una crescita demografica eccessiva, come l’Italia del primo dopoguerra. Ma nel caso attuale, ci troviamo in tutt’altra situazione, sia rispetto ai trend demografici, sia rispetto al potenziale produttivo e industriale dell’Italia (e del Sud Europa) attuale.
La verità è che la gente se ne va per il motivo opposto: il potenziale produttivo del paese è nettamente sottoutilizzato, mentre i tassi di natalità sono tra i più bassi al mondo, compensati solo, in parte, dai flussi di immigrazione.
In questo senso, la progressione del declino economico diventa addirittura geometrica, né le potenziali rimesse assumono alcuna realistica possibilità di arrivare in un paese che procede verso una volontaria desertificazione.
Il ragionamento fatto vale, ovviamente, anche per il versante immigrazione, rispetto ai paesi di provenienza, (i quali si possono assimilare alla situazione italiana del dopoguerra) mentre, dal punto di vista italiano, se non si è in grado – come non si è in grado per le penose politiche di immigrazione attuate in questi anni – di valorizzare in modo ottimale le competenze di questi 5 milioni di persone che sono giunte nel nostro paese, il vantaggio, è ovviamente molto relativo. Ma in ogni caso, se arriva forza lavoro di qualità medio bassa in Italia e parallelamente se ne va forza lavoro qualificata, il quadro che si sta dipingendo è quello di un paese che ha scelto di autoridurre deliberatamente le proprie prospettive e che sta importando forza lavoro a basso costo per contenere gli effetti di una competitività in settori maturi, che non riesce altrimenti a mantenere, a causa della mancanza di innovazione di prodotto e di processo e di investimenti.
Sorvoliamo sul fatto che se in tale contesto si volesse trovare un punto di equilibrio tra emigrazione ed immigrazione, sarebbero necessari interventi di assistenza, formazione, qualificazione, ecc. di cui al momento, non vi è neanche l’ombra.
Ci troviamo quindi di fronte ad una decrescita qualitativa obbligata ed imposta, riconducibile pienamente, se si vuole, a quanto descritto anni fa da tale K. Marx (il quale annovera tra i suoi più grandi estimatori tutta la schiera di neoliberisti accomunati, a quanto pare, nel tentativo di confermarne le tesi) in ordine alla natura del sistema economico in cui viviamo, il cui obiettivo non è quello della piena allocazione dei fattori produttivi, come vorrebbero convincerci i loro esegeti, ma quello di mantenere soddisfacente stabile il saggio di profitto, altrimenti in fatale caduta.
Quando le risorse produttive disponibili sono pericolosamente in eccesso, esse vanno semplicemente distrutte attraverso le cosiddette crisi. Con ciò ne sarà anche preservato, assieme al tasso di profitto, la struttura di poteri presente (sia economica che politica), la cui pessima qualità ed arretratezza è dimostrata dal fatto che essa preferisce questo esito piuttosto che valorizzare la ricchezza dei saperi e delle competenze disponibili.
Alla fine del ciclo neoliberista, assistiamo ad una fase impressionante e paradossale di vera e propria istituzionalizzazione della distruzione delle risorse umane e produttive, attraverso la pratica di riduzione massiccia e concentrata in poco tempo dei deficit e del debito pubblico. Una vera e propria guerra all’umanità, che ove fosse firmato il cosiddetto Fiscal Compact porterà ad un’ecatombe, fatta a partire dall’assunto dogmatico che il salvataggio di un sistema finanziario (manifestamente insostenibile) è prioritario rispetto alla vita della gente, degli stati, della democrazia. A nulla vale la battuta di Keynes (degli anni ’30 del ‘900) secondo il quale, per ogni sterlina di spesa pubblica risparmiata dallo Stato, si aveva come effetto un aumento amplificato di disoccupazione e di inutilizzo delle risorse produttive.
In questo fosco panorama l’emigrazione è uno dei modi “soft” per addolcire e allo stesso tempo incentivare questi risultati. Peggiore sarebbe, siamo d’accordo, solo la guerra.
V
Questo schematica descrizione serve a riportare alla mente qualcosa che era ben chiaro fino agli anni ’80:  e cioè che quando si parla di emigrazione si parla del cuore stesso delle dinamiche economico-sociali. Che l’emigrazione è al tempo prodotto e attore sociale. Che il suo protagonismo non è secondario solo perché non lo si vede agire sotto la punta del proprio naso.
Che anzi, essendo in grado di misurarsi con dimensioni che non sono quelle di una stanzialità spesso subalterna, dispone per forza di cose di risorse interne di grande potenziale critico e politico, ancor più se si considera fondamentale, come oggi è, la dimensione globale della politica.
Rispetto al territorio inteso come luogo effettivo di dispiegamento delle contraddizioni e del conflitto, che tanti affascina, l’emigrazione è il non luogo ovvero l’apertura e la comunanza di tutti i territori di partenza e di tutti i territori di arrivo, ovvero la condizione del sociale di misurarsi effettivamente e quotidianamente con la globalizzazione capitalistica e oggi neoliberista.
Per ogni soggetto sociale o politico serio che miri a contrastare gli effetti perniciosi di questo modello di globalizzazione, l’interlocuzione attiva con le realtà migratorie costituisce un compito centrale.
Assieme ad una battaglia tesa al cambiamento delle condizioni strutturali e politiche che determinano la nuova emigrazione, al ripristino di politiche di bilancio sensate e orientate verso  un’occupazione di qualità e tendenzialmente piena, vale a dire della sconfitta del neoliberismo in Italia e in Europa,  bisogna tuttavia predisporsi ad attraversare un periodo complesso e presumibilmente lungo.
In questo senso, la vicinanza e l’accompagnamento, lo stimolo e la capacità di ascolto di questa realtà “extraterritoriale in movimento” che c’è già e che purtroppo crescerà, costituiscono non solo un impegno di ordine morale, di servizio o afferente alla sfera dei diritti civili e sociali (che ovviamente è una mission di tali realtà organizzate), ma una condizione di valorizzazione e arricchimento straordinario per le organizzazioni stesse a condizione di essere in grado di mantenere con essa vincoli e legami efficaci e sostanziali.
Nel recente passato, questa consapevolezza si è espressa nell’approntamento e nell’ erogazione di una serie di servizi verso le popolazioni emigrate mentre si è demandata la partecipazione sindacale e politica ai movimenti dei paesi di accoglienza.
La fase nuova che sta iniziando implica un diverso e più articolato atteggiamento: l’avvicendarsi sempre più rapido di crisi economiche in diverse aree del pianeta anche molto distanti tra loro e i corrispondenti movimenti migratori che ne sono derivati, prima in andata e poi in ritorno (valga qui l’esempio del cono sud dell’America Latina, da dove 15-10 anni fa si sono innescati movimenti di rientro verso l’Italia e la Spagna dei figli e dei nipoti dei primi emigrati, mentre ora si assiste di nuovo al processo inverso di re-emigrazione verso il sud del continente), lascia intendere che le migrazioni cui andiamo incontro, stante l’attuale configurazione di dis-ordine globale, saranno molto più mobili e ricorsive, implicando una serie di problematiche solo in parte conosciute, derivanti da insediamenti che non si trasformano necessariamente in compiute integrazioni in loco.
Pensiamo solo cosa possa significare per i figli dei migranti l’avvicendarsi educativo-scolastici in due o più paesi, oppure a qualifiche lavorative acquisite in differenti sistemi di formazione, fino ad arrivare a processi di partecipazione sociale e politica alternata nei diversi contesti in cui si è costretti o si sceglie di vivere.
Quali sistemi di accompagnamento e di servizi vanno, in questa prospettiva, strutturati ?  Che tipo di reti dinamiche di assistenza e di interlocuzione vanno progettati ? E sul piano sindacale, solo per citare un esempio particolarmente significativo, come assicurare rappresentanza “a tempo indeterminato” ai lavoratori in movimento ?
Se aggiungiamo che l’emigrazione in ripartenza dall’Europa è costituita in gran parte da forza lavoro ad alta qualificazione e, presumibilmente, anche ad alta formazione sociale e politica, quale rapporto qualitativo sarà necessario intrattenere con essa ?
Certamente è finita l’epoca dell’emanazione dei dispacci inviati dal centro (che non esiste più), alle periferie del mondo, piuttosto, casomai, il contrario. E allo stesso tempo, un potenziale sociale e politico di questa portata non può essere messo nelle mani dei processi apparentemente anonimi della globalizzazione, guidata in realtà dall’impresa finanziarizzata e dalla sua ideologia che megafona, anche da Palazzo Chigi, che “la mobilità internazionale della forza lavoro è bella”.
Si pongono, come ben si vede, una notevole varietà di riflessioni da fare, di strumenti da progettare e da approntare, di pratiche da sperimentare, in rete ed anche in collaborazione con altri soggetti presenti in altri paesi e, certamente, assieme ai futuri migranti.
Un’attività che implicherebbe da subito non la miope e per molti versi sconcertante liquidazione, ma l’avvertito rafforzamento e rinnovamento di ciò che ancora esiste in termini di strutture e di patrimonio di esperienze e di saperi che, per la sua particolare storia, l’Italia possiede in questo settore, soprattutto a livello associativo e sindacale.
Sarebbe singolare dover osservare, tra qualche anno, il riprodursi della nota frequenza del pendolo, cioè, in questo caso, l’affannarsi di organizzazioni e sigle varie per rimettere in piedi in quattro e quattr’otto ciò che esisteva e che nel frattempo era stato lasciato volontariamente e colpevolmente perire.
Riferimenti:

História (236 ) Far l'America (139): Una canzone

Ieri la La loro canzone

Oggi la nostra vita italobrasilana. Bravi

http://m.youtube.com/watch?v=HPAEJHW3phs

domingo, 9 de janeiro de 2011

Italiani: Rigoleto de Martino,o músico de Uberaba

O nome do italiano, Rigoleto Martino tem lugar na história da cidade de Uberaba, Minas Gerais, com destaque no campo da música, sido o compositor do hino do Uberaba Sport Club, além de marchas, dobradose valsas. E o que relata Arquivo Publico de Uberaba. .

 "Filho de Antônio de Martino e Solamina De La Barba De Martino, nasceu em 29 de Junho de 1881, em Vila Arieli, na Itália. Descendente de família ligada à música, chegou ao Brasil em 1895 em companhia de sua mãe e dois irmãos. Vieram diretamente para Uberaba. Aqui já se encontrava o chefe da família sr. Antônio De Martino, que havia instalado uma indústria de pastíficio, na rua João Caetano, onde hoje existe o Hotel Modelo, sendo que mais tarde foi transferido para a rua Padre Zeferino.

Nesta cidade Rigoleto ingressou nas atividades industriais (pastífico) com seu pai e, posteriormente com uma bem montada destilaria. Na casa de Antônio de Martino, todos eram músicos. Ernani, era clarinetista e Giocondo Garibaldi, tocava piston. Rigoleto era compositor e tocava bombardino, e enquanto trabalhava na sua fábrica, estudava música. Foi aluno de música do professor Eloi Bernardes Ferreira.

Com o intuito de aperfeiçoar seus conhecimentos musicais adquiriu na Itália, através de amigos vários livros de harmonia e composição musical. Estudioso, dedicado e possuidor de fina sensibilidade artística, se tornou um grande musicista e inspirado compositor. Em 1910, Rigoleto De Martino fundou a "Corporação Musical Ítalo Brasileira", tornando-se seu maestro, regendo-a por cerca de 26 anos e compondo inúmeras peçasmusicais que foram por ela executadas.

Rigoleto exercitou-se tanto em música que adaptou para sua banda , às mais célebres óperas da época. Compôs de tudo. Desde música para aniversariantes, até obras mais complexas. Chegou mesmo a compor, uma missa completa. Foi o Hino do Uberaba Sport Club que o consagrou definitivamente e o perpetuou na memória do povo.

Para Rigoleto tudo era pretexto para compor: o aniversário de um parente, a morte de um irmão, a visita de um amigo, um jogador de futebol, uma visita a uma cidade, os familiares etc. Entre suas inúmeras obras musicais compôs: Marchas, valsas, dobrados, Hinos, Músicas para teatro, Habaneras, Xote, Polcas, Canções Sertanejas, Tango , Foxtrote, Mazurca, Tanguinho, Galope, Passo doble, Fantasia, Gavotte. Rigoleto de Martino foi por muitos anos tesoureiro da Societá de Mutuo Socorso Fratellanza Italiana, de Uberaba. Casou-se com Maria Jesuína da Costa, em 1909 nesta cidade, com quem teve os seguintes filhos: Fausto De Martino, Yolanda De Martino, Ítalo De Martino, Hilda deMartino, Ézio De Martino.

Faleceu em Uberaba, no dia 4 de julho de 1937, recebendo inúmeras homenagens póstumas. As mais recentes foram prestadas pela Banda do 4º Batalhão, que entregou á família uma medalha comemorativa, e um trofeu de música popular, entregue pelo Colégio Estadual, em cerimônia no Cine Teatro São Luis".

sábado, 8 de janeiro de 2011

História (235 ) “Far l’ América (138 ): A colonização de Barão do Triunfo, no Rio Grande do Sul (2)

O início da imigração italiana no município gaúcho de Barão do Triunfo,no Rio Grande do Sul, é assim descrito no site do Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE)


“Depois de alojados em seus lotes e adaptados ao meio, iniciou-se efetivamente a colonização. Mesmo sem tecnologia para a agricultura, as colheitas eram fartas, devido à fertilidade das terras. Cada grupo de imigrantes, por nacionalidade, produzia o que conhecia de seu país de origem. Sendo assim, os italianos, de imediato, plantaram seus parreirais, árvores frutíferas, hortaliças, etc.

A produção gradativamente foi aumentando. O excedente da produção passou a ser comercializado nas cidades próximas, como Barra do Ribeiro, Guaíba, Arroio dos Ratos e São Jerônimo. Eram os carroceiros da Vila que realizavam este transporte, partindo daqui com seus carroções puxados por burros, levavam os produtos que trocavam por outros aqui não existentes. Nesta viagem demoravam-se por volta de quinze dias entre ida e volta. Entre os produtos comercializados, destacavam-se o vinho, a cachaça, o trigo, o milho e o feijão.Nos primeiros anos, houve um período de progresso na localidade. Aproveitaram as quedas d'agua do local para instalarem pequenas serrarias, moinhos de trigo e milho, descascadeiras de arroz e, também, para produzir energia elétrica.

Porém, houve um fator que contribuiu decisivamente para o atraso do desenvolvimento do distrito de Barão do Triunfo, que foi o desastre ecológico ocorrido no dia 15 de janeiro de 1941, quando uma tromba d?agua, caracterizado como "enchente de 41" destruiu, em poucos minutos, residências, moinhos, serrarias, plantações, cantinas, criações, 33 pontes, pontilhões e até mesmo modificando a geografia nas proximidades do Arroio Baicuru, sendo que o próprio leito do arroio, em certos trechos, foi desviado pela violência das águas. Somente a ponte de Faxinal ficou em pé.

Durante 2 anos o Distrito ficou isolado do resto do município. Passou a faltar tudo. A agricultura foi destruída, e de fora nada podia chegar, pois não havia estradas, nem pontes, só a pé ou, raramente, a cavalo se podia ainda chegar ali. Muitos foram embora, para tentar a sorte em outro lugar.

Os que aqui permaneceram tiveram que recomeçar como seus antepassados. Após muita luta e perseveranças surgiram dias melhores.Um fator que contribuiu para minimizar o impacto da enchente foi a criação do Sindicato dos Trabalhadores Rurais em Barão do Triunfo. Por iniciativa do vigário local, Padre José Wiest, oferecendo assistência social e assistência técnica aos trabalhadores rurais em geral. Em 23 de outubro de 1892 foi fundada na sede da Vila Barão do Triunfo uma sociedade denominada 'Società Fratellanza Italia', organizada pelos imigrantes de origem italiana, com o objetivo de congregar sócios para fins assistenciais e culturais. No ano de 1938, esta sociedade passa a se chamar: "Sociedade Beneficente e Recreativa Cruzeiro", devido ao Decreto Lei nº 383, de 18 de abril de 1938, baixada pelo governo da República, que exigia a nacionalização de todas as sociedades culturais e estrangeiras. Em 1980, o nome da sociedade é novamente alterado, passando a se chamar "Sociedade Cultural e Recreativa Cruzeiro”.

História (234 ) “Far l’ América (137 ): A colonização de Barão do Triunfo, no Rio Grande do Sul (1)


O município gaúcho de Barão do Triunfo, tem seu desenvolvimento intimamente ligado á imigração européia, em particular a italiana, conforme relato do Instituto Brasileiro de Geografia Estatística (IBGE)


”Em 1888, o governo da Província do Rio grande do Sul, resolveu demarcar as terras localizadas na Serra do Herval, sendo criada a sede do 1º distrito de São Jerônimo chamada de colônia de Barão do Triunfo.

No dia 16 de abril de 1889, a embarcação que trazia o restante dos imigrantes ancorou no porto da capital Gaúcha, Porto Alegre. Ao desembarcarem do navio Solferino, as famílias foram distribuídas em grupos de vinte pessoas e colocadas em pequenos barcos para seguirem viagem pelo Rio Jacuí em direção ao Município de são Jerônimo. Chegando à localidade conhecida como Charqueadas (hoje um Município da região Carbonífera).

 Dias depois, os imigrantes foram trazidos para um local conhecido como Faxinal. De Charqueadas até o Faxinal, os imigrantes trouxeram os seus pertences em carretas puxadas a bois.

O distrito de Barão do Triunfo pertencia ao município de São Jerônimo, com uma área de aproximadamente 16.000 hectares, estando distante da sede do município 63 quilômetros. “Sua situação geográfica é 8º36’30” a oeste do Rio de Janeiro, latitude sul, e está situada a 260 metros acima do nível do mar.

 O início do município ocorreu em 1889, quando imigrantes europeus ali chegaram. Desembarcaram em Charqueadas, porto do Rio Jacuí. Daí rumaram em carroças puxadas por bois até o local chamado Faxinal, onde foram alojados em barracões construídos pelo Governo, até se instalarem definitivamente nos lotes de imigração.

Partindo de Faxinal, com suas famílias e todos os seus pertences (ferramentas rudimentares, tais como: foice, machados, picão, enxadas, facões, fornecidas pelo Governo da Província), iam abrindo seu próprio caminho e traçando seu próprio destino. A caminhada foi penosa. Em todo o caminho foram encontradas dificuldades que retardavam o avanço, tais como animais selvagens, matas de difícil penetração, terreno acidentado, etc.

Chegando ao local de destino, os lotes já estavam demarcados e os imigrantes foram distribuídos por linhas demarcadas. Sendo assim os italianos foram assentados na Linha Dona Francisca, Dona Amália, Estrada Geral e no local que havia sido destinado para sede da Colônia de Barão do Triunfo, nome este escolhido em homenagem ao grande General José Joaquim de Andrade Neves, que se destacou na guerra dos farrapos, entre 1835 e 1845”

sexta-feira, 7 de janeiro de 2011

Italianità – O jeito de ser italiano na literatura de Alcântara Machado (4)

Assim começa a obra Brás, Bexiga e Barra Funda, livro que eternizou o nome de Antonio de Alcântara Machado na história da literatura brasileira. 

"ARTIGO DE FUNDO
Assim como quem nasce homem de bem deve ter a fronte altiva, quem nasce jornal deve ter artigo de fundo. A fachada explica o resto.
Este livro não nasceu livro: nasceu jornal. Estes contos não nasceram contos: nasceram
notícias. E este prefácio portanto também não nasceu prefácio: nasceu artigo de fundo.
Brás, Bexiga e Barra Funda é o órgão dos ítalo-brasileiros de São Paulo.
Durante muito tempo a nacionalidade viveu da mescla de três raças que os poetas xingaram de tristes: as três raças tristes. A primeira, as caravelas descobridoras encontraram aqui comendo gente e desdenhosa de "mostrar suas vergonhas". A segunda veio nas caravelas. Logo os machos sacudidos desta se enamoraram das moças "bem gentis" daquela, que tinham cabelos "mui pretos, compridos pelas espadoas". E nasceram os primeiros mamalucos. A terceira veio nos porões dos navios negreiros trabalhar o solo e servir a gente. Trazendo outras moças gentis, mucamas, mucambas, munibandas, macumas. E nasceram os segundos mamalucos.
E os mamalucos das duas fornadas deram o empurrão inicial no Brasil. O colosso começou a rolar. Então os transatlânticos trouxeram da Europa outras raças aventureiras. Entre elas uma alegre que pisou na terra paulista cantando e na terra brotou e se alastrou como aquela planta também imigrante que há duzentos anos veio fundar a riqueza brasileira.
Do consórcio da gente imigrante com o ambiente, do consórcio da gente imigrante com a
indígena nasceram os novos mamalucos. Nasceram os intalianinhos. O Gaetaninho. A Carmela.
Brasileiros e paulistas. Até bandeirantes.
E o colosso continuou rolando. No começo a arrogância indígena perguntou meio zangada:

Carcamano pé-de-chumbo
Calcanhar de frigideira
Quem te deu a confiança
De casar com brasileira?

O pé-de-chumbo poderia responder tirando o cachimbo da boca e cuspindo de lado: A brasileira, per Bacco!
Mas não disse nada. Adaptou-se. Trabalhou. Integrou-se. Prosperou.
E o negro violeiro cantou assim:
Italiano grita
Brasileiro fala
Viva o Brasil
E a bandeira da Itália!

Brás, Bexiga e Barra Funda, como membro da livre imprensa que é, tenta fixar tão somente alguns aspectos da vida trabalhadeira, íntima e quotidiana desses novos mestiços nacionais e nacionalistas. É um jornal. Mais nada. Notícia. Só. Não tem partido nem ideal. Não comenta. Não discute. Não aprofunda.
Principalmente não aprofunda. Em suas colunas não se encontra uma única linha de doutrina.
Tudo são fatos diversos. Acontecimentos de crônica urbana. Episódios de rua. O aspecto étnicosocial dessa novísima raça de gigantes encontrará amanhã o seu historiador. E será então analisado e pesado num livro.

Brás, Bexiga e Barra Funda não é um livro. Inscrevendo em sua coluna de honra os nomes de alguns ítalo-brasileiros ilustres este jornal rende uma homenagem à força e às virtudes da nova fornada mamaluca. São nomes de literatos, jornalistas, cientistas, políticos, esportistas, artistas e industriais. Todos eles figuram entre os que impulsionam e nobilitam neste momento a vida espiritual e material de São Paulo.

Brás, Bexiga e Barra Funda não é uma sátira.
A REDAÇÃO"

quinta-feira, 6 de janeiro de 2011

Historia ( 233) - "Far l'Amercia (136 )": Ecos da imigração italiana no Espírito Santo ( 2)


No texto  "O discurso da italianidade no Espírito Santo: realidade ou mito construído?", Maria Cristina Dadalto, doutora em Ciências Sociais pela Universidade do Estado do Rio de Janeiro e professora do Centro Universitário Vila Velha (ES), analisa a imigração italiana a partir de obras lierárias como o livro La vita de Vittorio: diário de um imigrante, de autoria de Douglas Puppin, com base no diário do imigrante Vittorio De Monti repleto de registros cotidianos, fotos , cartas entre outros documentos.
 
“Já assentado no território capixaba (Vittorio De Monti), explicita as expectativas e ansiedades dos membros da colônia italiana, a ação presente no cotidiano por meio dos mecanismos prescritivos e normativos em sua ordem social e os lastros que mantinham com a terra de origem:

‘ Era a primeira reunião de professores que ensinavam o italiano no Estado e nela estavam presentes (...). O homem falava bem, estava bem vestido e foi logo entrando no assunto: primeiro agradecia em nome do governo italiano o trabalho que vinha sendo feito por nós professores, que precisamos ensinar bem os nossos alunos; fornecer para eles os cadernos e livros; ensinar tudo sobre a Itália nossa querida terra natal; mostrar a eles que a Itália tinha que estar no coração de cada um (...) (PUPPIN, 1994, p. 47)’. “

“Na narrativa de Vittorio, se apresenta também a dificuldade da população de se manter nas colônias, isoladas da capital, sem amparo de serviços de saúde e comerciais, e as estratégias criadas para superá-las:

‘ (...) há necessidade de fundar-se uma sociedade em benefício dos italianos e foi assim que se fundou a: Fratellanza Agrícola di Beneficenza Societá di Alfredo Chaves – Carita – Pátria – Instruzione – Lavoro. “Uno per Tutti – Tutti per Uno’ (PUPPIN, 1994, p. 143)’.

Contando a história de Vittorio, Puppin oferece a possibilidade de se conhecer a realidade experimentada pelos imigrantes e os meios que buscaram para solucionar coletivamente suas dificuldades. Assim, fundaram associações culturais, agrícolas, entre outras, tecidas no inventário de suas memórias e representações da experiência vivida por eles próprios ou por seus pais e avós na Itália”.

quarta-feira, 5 de janeiro de 2011

Italianità: O jeito de ser italiano na literatura de Alcântara Machado (3)


Brás Bexiga e Barra Funda,  obra de Antonio de Alcântara Machado, deve ser lido, levando-se em conta alerta do próprio autor. ‘Este livro não nasceu livro: nasceu jornal. Estes contos não nasceram contos: nasceram notícias. E este prefácio portanto também não nasceu prefácio: nasceu artigo de fundo’..

“O processo narrativo em Brás, Bexiga e Barra Funda está apoiado no diálogo, ou seja, no discurso direto, em que a fala das personagens é revelada ao leitor com o máximo de naturalidade, afastando a presença do narrador e aproximando-a dos personagens na busca de melhor caracterizá-los e também ao seu contexto, expondo a carga emotiva e os valores que permeiam as suas ações. Brás, Bexiga e Barra Funda busca, através da linguagem, marcar os registros de fala coloquial e mestiça que predominavam no início do século, principalmente nos bairros que dão nome à obra, além de romper com as formas expressivas e as estruturas já cristalizadas pelo uso generalizado.

Há uma fusão de gêneros literário, jornalístico e publicitário, que causa estranhamento ao leitor quando se depara, por exemplo, com um anúncio em letras maiúsculas, sem nenhum texto introdutório em “Amor e sangue”: Há uma crítica não-velada à discriminação social e de grupos estrangeiros que perpassa toda a obra, como se pode observar em ‘Lisetta’, no orgulho da mãe da menina rica e na provocação desta à italianinha pobre; no apontar para a falta de ética que vai se delineando no percurso da narrativa de “Nacionalidade e  ‘Armazém’; no mapeamento da busca do status econômico a qualquer preço quando a esposa do Conselheiro José Bonifácio, que não permitia o casamento de sua filha com o filho do carcamano, já não vê mais obstáculos após vislumbrar grande futuro em uma sociedade comercial entre o marido e o Cav.Uff.Salvatore Melli; na denúncia explícita em relação aos que têm poder em “O Monstro de Rodas”, com a afirmação: “Filho de rico manda nesta terra que nem a Light”, e no olhar poético para a infância interrompida de Gaetaninho, cujo sonho era andar de carro e morre atropelado por um bonde quando na partida e bola “o jogo na calçada parecia de vida e morte”. (Fonte: CPV EDUCACIONAL)

terça-feira, 4 de janeiro de 2011

Historia ( 232) - "Far l'Amercia (135 )": Ecos da imigração italiana no Espírito Santo ( 1)


Literatura e imigração. Este é o centro da pesquisa realizada em 2008 por Maria Cristina Dadalto, doutora em Ciências Sociais pela Universidade do Estado do Rio de Janeiro e professora do Centro Universitário Vila Velha (ES). 

A partir da produção literária produzida sobre a imigração italiana no Espírito Santo, a docente artigo busca analisar a construção do mito da italianidade como principal etnia a compor a identidade capixaba.
Neste trabalho, Maria Cristina Dadalto pesquisou 45 obras (biografias, memórias, ficção e estudos acadêmicos, entre outros). A docente explica que, da literatura analisada, 16 títulos, representando 35,7% da produção, são memórias e autobiografias escritas ou reproduzida
por filhos e netos de imigrantes. 

Dentro deste perfil, Dadalto destaca La vita de Vittorio: diário de um imigrante, de autoria de Douglas Puppin, com base no diário do imigrante Vittorio De Monti repleto de registros cotidianos, fotos , cartas entre outros documentos.

Um trecho do diário destacado por Daldato identifica a família De Monti já contextualizando as razões o êxodo familiar.   


Nasci em 29 de janeiro de 1893. Filho de Santo e Nazarena. São italianos da gema, legítimos, de Valdobbiádene. (...) Ele (papai) era um líder entre os jovens que queriam reformas, que sofriam por querer reformas, que sofriam por ter que viver sempre em guerra. A única saída encontrada era imigrar. Imigrando ficavam livres das terríveis guerras e sonhavam alto nas fortunas que encontrariam na América (PUPPIN, 1994, p. 20)”.

O livro de Puppin, de acordo com Daldato segue mostrando “os motivos da busca por novas alternativas de grande parte dos jovens italianos que emigraram para o Brasil, na figura de seu pai: pobres e sem perspectivas de um futuro pleno de aventuras revolucionárias, se refugiam no mito da fortuna presente nas terras americanas".

segunda-feira, 3 de janeiro de 2011

Italianità – O jeito de ser italiano na literatura de Alcântara Machado (2)


Antes de aprofundar a análise sobre a obra mais importante de Antonio de Alcântara Machado, vale registrar uma breve biografia do autor retirada da Enciclopédia Itaú cultural de Liiteratura Brasileira.

“Antonio Castilho de Alcântara Machado d'Oliveira (São Paulo25/05/1901 - 14/04/1935). Contista, cronista, crítico literário, romancista e jornalista. Filho do jurista, político e escritor José de Alcântara Machado d'Oliveira (1875 - 1941) e de Maria Emília de Castilho Machado. Seguindo os passos do pai e do avô, ingressa na Faculdade Direito do Largo de São Francisco em 1919. Ainda estudante, escreve artigos jornalísticos, crítica literária e teatral no Jornal do Commercio. Embora não participe da Semana de Arte Moderna (1922), apóia as novas idéias, aproximando-se dos escritores Oswald de Andrade (1890 - 1954) e Mário de Andrade (1893 - 1945) e do crítico Sérgio Milliet (1898 - 1966).

Em 1924, torna-se redator-chefe do Jornal do Commercio. Vai para Europa em 1925 e reúne as impressões de viagem em seu primeiro livro, Pathé-Baby, publicado um ano depois. Seu envolvimento com as idéias modernistas e a imprensa leva-o a fundar, com o ensaísta Paulo Prado, a revista Terra Roxa e Outras Terras; com Oswald de Andrade, a Revista de Antropofagia, em 1928, e com Paulo Prado e Mário de Andrade a Revista Nova, que dura de 1931 a 1932. Estréia com o livro de conto de Brás, Bexiga e Barra Funda, em 1927, e lança Laranja da China, em 1928. 

Na década de 1930 intensifica suas atividades políticas - apóia o movimento constitucionalista de 1932, e se transfere para o Rio de Janeiro como secretário-geral da bancada paulista na Assembléia Constituinte. Em 1934, assume a direção do Diário da Noite e é eleito deputado federal, mas não chega a ser empossado: morre no ano seguinte por complicações de uma apendicite. Deixa inédita a peça teatral A Ceia dos Não Convidados e o romance inacabado Mana Maria, publicados postumamente. Sua obra, baseada numa prosa coloquial, aborda a rápida modernização da cidade de São Paulo, com seus automóveis, indústrias e imigrantes, principalmente os italianos".

.

domingo, 2 de janeiro de 2011

Italianità – O jeito de ser italiano na literatura de Alcântara Machado (1)


Contista, cronista, crítico literário, romancista e jornalista. Essas são as faces de Antonio Castilho de Alcântara Machado de Oliveira (São Paulo25/05/1901 - 14/04/1935), uma das figuras centrais do modernismo brasileiro, autor do livro Brás, Bexiga e Barra Funda. A obra é uma seleção de 11 contos ambientados em bairros paulistanos onde era marcante a presença de imigrantes italianos.

O mundo virtual da internet oferece inúmeros textos que analisam  Brás, Bexiga e Barra Funda. Um deles é de autoria do embaixador Rubens Ricupero. O diplomata inicia sua análise descrevendo o contexto histórico que permeou a obra de Alcântara Machado.

As duas primeiras décadas do século marcam o momento de maior intensidade da maneira de ser ítalo-brasileira. Antes, predominava o ítalo, o estrangeiro inseguro, preocupado em sobreviver, ignorante da língua e dos costumes. Depois, irá prevalecer, pouco a pouco, o brasileiro, o neto ou bisneto de italianos integrado na comunidade, vivendo em bairros de gente afluente, não guardando mais do que algumas palavras na língua dos avós.

Entre esses dois pólos extremos, de cultura mais ou menos homogênea, estende-se o período híbrido da mistura das línguas e das comidas, do apagar gradual dos valores e imagens do país que ficou atrás e do engajamento progressivo na realidade nova. É quando os filhos de imigrantes, confiantes em seus direitos de brasileiros natos, mais à vontade na língua que aprenderam no Grupo Escolar do que no dialeto ouvido em casa, se lançam à luta pela conquista de um lugar melhor na sociedade de adoção.

Às vezes com agressividade, sempre com energia, esses ítalo-brasileiros vão abrir um espaço próprio, que a cidade lhes concede com maior ou menor dificuldade, pois está também em plena expansão.

Do burgo provinciano e modorrento de 1800, só animado pelos estudantes da velha Escola de Direito, quase perdendo para Campinas sua condição de Capital da Província, São Paulo prepara-se para ingressar no ciclo contínuo de transformações que irá multiplicar-lhe 40 vezes a população — dos 165 mil habitantes de 1890 para os mais de 7 milhões atuais.

A prosperidade do café na segunda metade do século XIX, antes das crises de superprodução deste século, gera a acumulação de capitais que vai tornar possível a arrancada da industrialização. 

ma convergência de circunstâncias propícias concorre para fazer de São Paulo a grande metrópole industrial de hoje: os capitais dos barões e comissários do café; a energia elétrica produzida pelos canadenses da Light na represa Billings, vizinha à cidade; a mão-de-obra e o mercado consumidor fornecidos pelos imigrantes; as restrições às importações conseqüentes à Primeira Guerra Mundial.
]
Os imigrantes italianos serão, ao mesmo tempo, agentes ativos e beneficiários da industrialização e os nomes peninsulares ficarão para sempre ligados à revolução industrial paulista. A participação italiana é sensível já na fase inicial de indústria de bens de consumo, alimentos ou tecidos, dominada pelos Matarazzos e Crespis, durante a qual o Conde Francisco Matarazzo aparece como a figura simbólica dos novos magnatas, uma espécie de Rockefeller paulista. 

Mais tarde, ela se acentua no desenvolvimento da indústria pesada de máquinas e equipamentos, onde a inventividade mecânica dos italianos do norte vai criar os gigantes industriais de hoje, os Bardellas, os Dedinis, os Romis.

Se a História, mais sensível ao êxito ostensivo do que às vidas obscuras, vai guardar apenas os nomes dos donos de fábricas, é preciso não esquecer que eram também, em geral, italianos os que operavam essas fábricas. E serão italianos os trabalhadores que introduzirão no Brasil as correntes de pensamento e ação sociais da Europa contemporânea, o que se chamava, na linguagem policial de então, as doutrinas exóticas: o anarquismo, o socialismo, o movimento sindical, a organização das primeiras greves.

É nesse contexto dinâmico de expansão econômica, de aumento da população, de modernização urbana, de criação de oportunidades que se situam dois fenômenos, um cultural, outro sociológico: a Revolução Modernista de 22 e a emergência da geração dos filhos de imigrantes. Do encontro desses mundos vai surgir o livro de Alcântara Machado.

Os dois movimentos apresentam afinidades evidentes. Ambos são jovens, vigorosos, modernos, inovadores, numa postura que se pode resumir como basicamente otimista diante da possibilidade de construir o futuro.

E o que vai explicar, no livro, de um lado, a ênfase na descrição do que é força, ascensão, êxito, na vida do imigrante e, de outro, o silêncio sobre o problemático e as tensões mais profundas, a presença da dor apenas sob a forma de sentimento individualista”.

sábado, 1 de janeiro de 2011

Memorie - Recordações do Bexiga

A prefeitura mantém ativo o site São Paulo Minha Cidade, aberto para receber postagens relatando memórias pessoais sobre bairros paulistanos. É o caso de  Sao Paulo Minha Cidade, que relata recordações do Bexiga, bairro que recebeu grande contingentes de italianos.

"Quem te viu, que te vê, meu saudoso Bexiga. Quem te viu como eu, vem a lembrança a amizade entre os vizinhos, a parceria sincera que norteava os amigos, sem falar da ajuda mútua sempre presente nas famílias "bexigentas". Bons tempos foram aqueles.

Nasci na Rua Major Diogo, no. 680 (esta rua começa na Rua Santo Antonio e termina na Avenida Brigadeiro Luiz Antonio).

Minha avó paterna veio da Itália (palazzo San Gervásio, província de Potenza), viúva, com seus dois filhos: Domingos e Carlos. Este último, Carlos Belviso, veio a ser meu pai. Minha mãe chamava-se Adelina Rubano.

Chegada da Itália, foi morar na Rua Major Diogo, no. 735, onde casou-se novamente com Antonio Lancelotti (bastante conhecido no bairro, por sua honestidade e bondade com o próximo).

Minha infância foi alegre, saudável e muita amizade entre os coleguinhas, aliás, uma das muitas marcas do Bexiga.

Fiz o jardim da infância numa escola no Morro dos Ingleses. Lembro-me como se fosse hoje, o sabor ainda na boca, do meu preferido, o sanduíche de pão doce com bastante mortadela.

Em seguida ao jardim da infância estudei na escola italiana "Arnaldo Pratola", que ficava na mesma rua onde nasci, e seu proprietário e professor era o famoso educador Giuseppe Cardinale. Esta escola lançou as primeiras sementes para a formação futura de nosso caráter. A disciplina, a honestidade, a honradez, a verdade, sempre eram uns dos seus lemas. Ah!, se tivéssemos hoje escolas desse naipe... Que maravilha.

A conclusão do curso primário deu-se no Grupo Escolar Júlio Ribeiro, na Rua Major Diogo, no. 200. Escola muito boa em que seus professores realmente se dedicavam. Que boas lembranças tenho da professora dona Marina, que junto dos alunos, um a um, se preciso, nos ensinava com paciência.

Nesse grupo escolar, nós, brasileiros atuantes (olhe só, tínhamos pouca idade) fazíamos coleta de borracha para ser usada na 2a. Guerra Mundial, e depositávamos no pátio da escola. Conseguíamos verdadeira montanha de borracha. Época muito boa essa.

Já mocinho, passei a estudar no Colégio Santo Alberto, na Rua Martiniano de Carvalho, junto à Igreja de Nossa Senhora do Carmo, dos padres carmelitas. Lembro-me, com saudades e admiração, dos professores: Benedito, na matemática, Mendes, em português, Mecozzi, no desenho, Oswaldo, na geografia, o diretor frei Romualdo, e outros que não me vêm à memória.

Nessa época os amigos eram muitos. O Massao (Mário), filho do seu José e da dona Maria, japoneses, proprietários da quitanda, era parceiro algumas vezes do jogo de cartas típico italiano chamado Tre sete. Falava também um pouco do italiano. A coisa mais gostosa na quitanda era o coco em pedaços e o caqui.

Bem em frente de minha casa, num humano cortiço, filho de dona Giusepina e do Sr. Antonio "verdureiro", meu amigo Valter Pugliese era um constante parceiro nas brincadeiras (futebol, jogo de bolinhas de vidro, bate bate de folhinhas, com estampas dos jogadores da época). Na mesma "mansão" morava um crioulo, cujo apelido era Nori, ótima pessoa e também falava um pouco de italiano. Onde você o encontrava estava sempre sorrindo.

Meu outro vizinho do lado esquerdo de minha casa, grande amigo também, o "Grute", seu apelido, cujo nome era Walter e sobrenome Saladino, e seus irmãos Paschoal e Bolonha.

Recordo-me da família Cimino, que morava em frente. Lá juntavam-se várias mulheres do bairro (pagas) para "catar" amendoim (separar as impurezas). Era uma verdadeira zorra. Nós crianças ficávamos vendo e rindo de suas palhaçadas. O divertimento era geral. Outro amigo que não esqueço é o Armando Albanese e seu irmão. Este foi o precursor da famosa até hoje Padaria São Domingos. Caso "chocante" para aquela época foi que a irmã deles casou já grávida. Que bobagem hoje.

O domingos Barinote, que se formou médico, os Carbone, o Antonio Bracco, seus irmãos Zé Molinho (José) e Paulo. Que penca de amigos, mas amigos verdadeiros.

O que não me sai da memória são as duas "vendas" (empórios) situadas na minha rua: a do Felício De Carli e a outra do Gino Vanucci e seu irmão Mário. Na do Felício fazíamos as compras dos mantimentos e outros gêneros na velha caderneta, com pagamento mensal. Na do Gino, além de várias compras para abastecer minha casa, eu adorava, não perdia por nada, o famoso sanduíche composto de duas fatias grossas de queijo parmesão e, como recheio, uma também grossa fatia de mortadela. Família excelente os Vanucci, os Lupo, cujo amigão Dino Vanucci Lupo era companheiro de saídas, de cinemas, de jogo de futebol. E o Roberto Muraco, filho do açougueiro, que tinha em sua casa dois verdadeiros guardiões, ninguém entrava em sua casa: eram os ferozes galos, muito pior que qualquer cachorro.

Outro grande colega (e era grande mesmo) foi o russo-chinês de nome Dimitri Mamonkin. Possuía uma força descomunal: levantava um motor de carro facilmente. Ninguém procurava brigar com ele, ninguém era bobo para tal. Outro de que me lembro era o André, filho do sr. José, dono do bar na esquina da Rua Major Diogo e Conselheiro Carrão. A gente comia petiscos, e de graça. O André que patrocinava.

Os domingos eram sempre esperados. Íamos nos cinemas, ora Espéria, ou o Cine Rex, assistir os seriados imperdíveis como o zorro, Tom mix, Tarzan e outros. Isto durante à tarde. Pela manhã acompanhava meu pai até a cantina mais famosa do bairro, a do Capuano. O vinho era italiano em toneis, a sardela com pão italiano, as azeitonas gregas enormes. Que delícia. Que tempos. Voltávamos e na grande mesa a família toda junta saboreava a famosa macarronada com brachola e o frango com batatas assado no forno.

Este é o velho bairro do Bixiga, que tinha os melhores pães da região. Quem não conheceu a padaria Basilicata, a Padaria do Paladino, a padaria São Domingos. E a famosa feira da Rua Maria José, que todas as sextas-feiras eu acompanhava meus pais nas compras e ajudava a carregar as cestas. Nunca faltava o velho café Tiradentes.

Todas as tardes (religiosamente) aguardávamos o querido amigo jornaleiro Mário, que vinha gritando pela rua: “olha a Gazeta, olha o Diário, olha a Gazeta Esportiva”. Não é que de tanto passar pela Rua Major Diogo, olhou, namorou e casou com a filha da dona de uma pequena venda (não me lembro o seu nome)? Que festança foi realizada!

Existia ainda, e não faltava nunca, o vendedor de pasteis, os mais gostosos que comi, um senhor de cor negra e muito gentil.

Na mesma Rua Major Diogo, esquina com a Rua Humaitá, num porão, foram feitos os melhores pirulitos por um senhor italiano (não recordo seu nome), onde a criançada fazia fila para comprar os estupendos pirulitos.

Outros vendedores, como os de cogumelos enormes, e o vendedor de queijo que dava nomes a eles como, por exemplo: "queijo Pina Fachioni". A Pina era uma artista italiana da época.

Lembro do Teleco, que fundou a escola Vai Vai. Sua mãe está viva e mora no mesmo endereço, na Rua Major Diogo. Ela deve ter mais de cem anos. Não lembro seu nome, só sei que ela era muito brincalhona.

Já mais na juventude, aos sábados à noite, os amigos íamos à Pizzaria do Giordano, onde tinha as melhores pizzas de São Paulo. Esta pizzaria ficava na Avenida Brigadeiro Luiz Antonio, do lado do não mais famoso cine Paramount, com seus famosos camarotes. Era muito chique.

E a famosa Igreja Nossa Senhora de Achiropita. Lá fiz minha primeira comunhão. Recordo-me do padre Dom Orione, um eterno filador de cigarros.

Quantas lembranças esquecidas ficaram para trás. O tempo não passa, voa. Já se passaram muitos anos dos acontecimentos narrados e recordados. Cada personagem seguiu seu caminho. Alguns moram ainda no bairro, penso eu. Outros seguiram estradas diferentes, lugares diferentes.

As crianças, os jovens, os lugares, ainda estão lá no Bexiga daquela bela época. Senão, pelo menos estão na memória.

Saí do meu Bexiga pelos idos de 1971 e casei com a dona Judite. Hoje moramos no Parque Continental, no bairro do Jaguaré, antes bairro do Butantã".